I PFAS (sostanze per e polifluoroalchiliche) rappresentano una delle emergenze ambientali e sanitarie più critiche del XXI secolo. Definiti "forever chemicals" per la loro estrema persistenza nell'ambiente e nell'organismo umano, i PFAS contaminano acque potabili, sotterranee e superficiali in tutto il mondo, esponendo milioni di persone a rischi sanitari significativi.
Dal 12 gennaio 2026 sono entrati in vigore in Italia nuovi limiti stringenti per i PFAS nelle acque destinate al consumo umano, imponendo ad aziende e gestori idrici interventi urgenti di adeguamento normativo e tecnologico. Comprendere la natura di questi contaminanti, il quadro normativo vigente e le tecnologie disponibili per la loro rimozione dalle acque è oggi una priorità per chiunque gestisca impianti idrici industriali o civili.
I PFAS sono una famiglia di oltre 10.000 sostanze chimiche artificiali caratterizzate dalla presenza di legami carbonio-fluoro, tra i più forti esistenti in chimica. Questa stabilità molecolare li rende estremamente resistenti alla degradazione termica, chimica e biologica, motivo per cui non si decompongono né nell'ambiente né nell'organismo umano e tendono ad accumularsi progressivamente nei tessuti biologici e nelle falde acquifere. La loro diffusione è capillare: si trovano nelle acque reflue industriali, nei suoli contaminati, nelle acque piovane e nei sedimenti fluviali, rendendo la contaminazione da PFAS un fenomeno difficilmente circoscrivibile a livello geografico.
L'esposizione prolungata ai PFAS nelle acque potabili è associata a un ampio spettro di effetti negativi sulla salute umana. Le evidenze scientifiche disponibili documentano correlazioni con disfunzioni della tiroide, alterazioni del sistema immunitario, riduzione della fertilità, effetti negativi sullo sviluppo fetale e aumento del rischio di alcune forme tumorali, in particolare a carico del rene e della vescica. L'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha fissato una dose settimanale tollerabile complessiva per i quattro PFAS più diffusi (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) estremamente bassa, riconoscendo la gravità del rischio anche a concentrazioni ridotte.
La pericolosità dei PFAS è amplificata dal fatto che la contaminazione non è percepibile a occhio nudo né tramite odore o sapore, rendendo i controlli analitici l'unico strumento affidabile di rilevazione. La consulenza ambientale specializzata rappresenta il primo passo per valutare il rischio da PFAS nel contesto specifico di ogni impianto e definire le misure di intervento più appropriate.
Il recepimento della Direttiva europea 2020/2184 tramite il D.Lgs. 18/2023 ha introdotto per la prima volta in Italia limiti normativi vincolanti per la presenza di PFAS nelle acque potabili, con obbligo di conformità a partire dal 12 gennaio 2026. Il successivo D.Lgs. 102/2025, entrato in vigore il 19 luglio 2025, ha ulteriormente rafforzato il quadro normativo con disposizioni integrative e correttive, ridefinendo responsabilità, obblighi di monitoraggio e ruoli lungo l'intera filiera idropotabile, estendendo i controlli fino al punto di erogazione finale, ovvero il rubinetto del consumatore.
I limiti introdotti dalla normativa vigente si articolano su due livelli distinti. Il primo riguarda la somma di quattro PFAS prioritari (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS), per i quali il valore limite è fissato a 0,02 µg/l. Il secondo riguarda la somma complessiva di 30 sostanze perfluoroalchiliche regolamentate, con un valore limite di 0,10 µg/l, obbligatorio dal 12 gennaio 2026. Il D.Lgs. 102/2025 ha inoltre introdotto per la prima volta il monitoraggio obbligatorio dell'acido trifluoroacetico (TFA), con un valore limite fissato a 10 µg/l e obbligo di conformità a partire dal 12 gennaio 2027.
In caso di superamento dei limiti, la normativa impone l'obbligo di comunicazione immediata alle autorità competenti e alle popolazioni potenzialmente esposte, la trasmissione periodica dei dati alla piattaforma nazionale AnTeA e l'adozione tempestiva di misure correttive, che possono includere la chiusura dei pozzi, l'installazione di tecnologie di rimozione o la limitazione temporanea dell'uso dell'acqua. In questo contesto, disporre di un impianto per il trattamento di acque primarie adeguatamente dimensionato e aggiornato rappresenta una condizione indispensabile per garantire la conformità normativa e la continuità operativa dell'impianto.
L'osmosi inversa rappresenta oggi la tecnologia più efficace per la rimozione dei PFAS dalle acque, sia potabili che reflue. Il processo utilizza membrane semipermeabili con pori di dimensioni estremamente ridotte che trattengono fisicamente le molecole di sostanze perfluoroalchiliche, garantendo un abbattimento fino al 99% dei contaminanti presenti, inclusi i composti a catena corta, notoriamente più difficili da intercettare con tecnologie convenzionali. Gli impianti a osmosi inversa offrono inoltre il vantaggio di una gestione automatizzata dei parametri operativi, flessibilità di applicazione in ambito civile e industriale e possibilità di integrazione con pre e post trattamenti complementari.
L'adsorbimento su carboni attivi granulari (GAC) rappresenta una delle tecnologie più diffuse per il trattamento delle acque contaminate da PFAS a livello di acquedotto. Questa soluzione sfrutta le proprietà adsorbenti del carbone attivo per trattenere le molecole perfluoroalchiliche presenti nell'acqua, risultando particolarmente efficace sui composti a catena lunga come PFOA e PFOS. Le resine anioniche a scambio ionico specifiche per PFAS costituiscono invece la soluzione tecnologicamente più selettiva, in grado di trattenere sia i composti a catena lunga che quelli a catena corta senza alterare il contenuto minerale dell'acqua trattata. Entrambe le tecnologie richiedono una gestione periodica dei materiali filtranti, con sostituzione o rigenerazione programmata per mantenere l'efficacia nel tempo.
Nei contesti industriali caratterizzati da concentrazioni elevate di PFAS nelle acque reflue o da matrici acquose particolarmente complesse, le tecnologie precedenti possono essere integrate con processi di ossidazione avanzata (AOP). Questi sistemi degradano chimicamente i residui organici fluorurati attraverso la generazione di radicali liberi altamente reattivi, garantendo un abbattimento quasi totale dei contaminanti anche nelle condizioni operative più critiche.
La scelta della tecnologia di rimozione più adatta dipende dalla concentrazione e dalla tipologia di PFAS presenti, dalla portata dell'impianto e dagli obiettivi di qualità dell'acqua trattata, ed è una valutazione che richiede competenza tecnica e un'analisi approfondita del contesto specifico. La progettazione di impianti di trattamento acque orientata alla rimozione dei PFAS deve pertanto integrare fin dalla fase progettuale la scelta delle tecnologie più appropriate al caso specifico.